Leggere non è sempre bello.

La lettura è l’unico passatempo che mi accompagna da gran parte della mia vita, fin da quando ho iniziato a imparare a farlo. Questo non significa, però, che abbia un bel rapporto con i libri. Al contrario. Ci sono dei momenti in cui vorrei con tutta me stessa non aver mai iniziato a farlo, momenti in cui vorrei bruciare tutto e non sfogliare mai più una pagina.

Non nego la felicità che mi pervase quando scoprii la moltitudine di parole, storie e avventure che si celano dietro ogni singola copertina. La scoperta di questa passione mi ha portato a passare pomeriggi emozionanti in compagnia dei migliori autori, nottate avventurose con storie più o meno intriganti. I libri erano e sono come una droga per me: finito uno, devo subito iniziarne un altro. Mi portano a estraniarmi dalla realtà, a non pensare alle mille faccende dasbrigare, alle preoccupazioni, anche alle cose belle. Con i primi libri scelti un po’ a caso, il mio gusto si è raffinato e specializzato sulle storie e i generi che mi interessano di più, senza però tralasciare anche quelli che meno mi si addicono. La scelta di ogni libro si è fatta più ricercata, ogni storia veniva scelta con una nuova consapevolezza, con la sicurezza che sarebbe stata un’ottima compagnia.

Ma tutto questo non è rimasto invariato o, comunque, non è sempre stato positivo. Si sache i bambini sanno essere cattivi verso atteggiamenti che non conoscono o che non sono usuali. Si sa che non tutti sanno apprezzare o non giudicare. Non è sempre bello essere diversi dalla massa e sempre un po’ fuori dal gruppo. Inoltre, la mia voglia di storie nuove e mai sentite prima mi ha anche portata (come senon tutto il resto non bastasse già) a non riuscire più ad apprezzare una storia leggera e semplice tanto che non riesco quasi più a leggere solo per il gusto di farlo. Ho bisogno di sentirmi coinvolta, di pensare al perché di certe scelte di stile o trama, al come, arrivati a un certo punto, la storia possa colpirmi così tanto da rimanere impressa nella mia mente.

Gli anni dell’adolescenza li ho passati tra la grande passione di storie nuove e avvincenti e la rabbia verso me stessa per aver scoperto un hobby che mi ha portato sì ad apprezzare il tempo da sola, ma anche a subirlo come un fardello. Mentre tutti avevano la classica compagnia di un amico o di una cerchia di persone con cui fare comitiva, io mi ritrovavo con mondi sperduti e personaggi inventati, con la costante paura di uscire dalle mie quattro mura perché lo so, posso fare uscite imbarazzanti o comportarmi inadeguatamente.

So viaggiare con la fantasia, so riconoscere una storia scontata da una più originale, ma non chiedetemi di fare uscite sociali perché l’ansia e il nervosismo saranno alle mie spalle pronte a fare la loro entrata in scena.

Avere un passatempo così solitario ha fatto in modo che il mio carattere si sviluppasse verso una sfera di comportamenti più chiusi e introversi. Lo dico perché ne sono sicura, perché so come sono cresciuta e come ho fatto ad arrivare fino aqui. Sento ancora la voce fiera di mia madre dire che a sua figlia piace leggere, piace farsi una cultura. A me sarebbe tanto piaciuto poter fare come tutti gli altri miei coetanei, poter uscire e divertirmi senza pensare troppo.

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